Article on Luigi Antonini in OggiSette Magazine domenicale di America Oggi

"Luigi Antonini, il paladino dei lavoratori"

di Generoso D'Agnese


Il paese in cui nacque, Vallata Irpina (Avellino) fino ai giorni dei tragici eventi del terremoto del 1980 era rimasto avvolto in un limbo temporale che ne faceva un set ideale per film ambientati nell’Otttocento. Aggrappato alle pendici dell’Appennino, Vallata per la storia italiana rappresentava un’altra semplice parola da associare a quella dell’emigrazione e i suoi uomini rappresentavano sempre braccia da regalare al lavoro. Luigi Rocco Antonini, quando vi nacque nel 1883, trovò ad attenderlo un mondo dimenticato dal Regno Borbonico, caduto più di venti anni prima, e sconosciuto dal Regno d’Italia che in tra le vallate dell’Irpinia cercava soltanto di snidare i briganti.

Ma quella di Antonini non era una famiglia segnata dalla miseria. Il padre Pietro Valerio, nato nel 1848 a Gaggiano (Milano) a Vallata era arrivato per insegnare nella scuola del paese e dopo aver sposato Maria Francesca Netta, appartenente alla piccola nobiltà locale. Dotato di grande sensibilità artistica, Pietro Valerio aveva studiato con Giuseppe Verdi nel Conservatorio di Milano e aveva suonato l’organo nel suo Duomo. L’amore lo spinse però nel profondo Sud e il matrimonio con Maria Francesca gli regalò sei figli. Ma non la felicità. A soli 39 anni la moglie infatti morì lasciando a Pietro il fardello della prole.

Trasferitosi in Piemonte, Luigi frequentò le scuole di Tortona (Piemonte) e tra il 1902 e il 1906 prestò servizio come Fante nell’Esercito italiano, orgoglioso di avere un prozio combattente per Napoleone ed eroe di guerra nel Risorgimento. Nel 1908 Luigi e il fratello Paolo si trasferirono a New York trovando alloggio presso la sarta Jennie Costanza. Un incontro fortunato: due anni dopo Jennie divenne la moglie di Luigi condividendone le battaglie. Come tanti italiani, Luigi iniziò la sua vita "americana" adattandosi alle varie offerte di lavoro. Lavorò in un tabacchificio, poi in una ditta di pianoforti, infine in una fabbrica di camicie a Manhattan. Il contatto con il duro lavoro quotidiano e il patrimonio genetico "rivoluzionario" ereditato dallo zio napoleonico, trasformarono presto Luigi in un attivo difensore dei diritti dei lavoratori. Per un europeo che si trasferiva negli Stati Uniti, quelli erano anni di grande frustrazione. La lotta di classe infatti era già stata metabolizzata nel Vecchio Continente mentre in America la classe operaia veniva sfruttata con sadica perseveranza.

Luigi Antonini legò per la prima volta il suo nome al sindacato durante lo sciopero degli operai tessili del 1913. La sua oratoria e la sua passione lo trasformarono in poco tempo nel paladino dei lavoratori italiani e in rappresentante autorevole del sindacato tessile. Grazie al suo attivismo nello stesso anno nacque il Ladies Garment Workers Union (ILGWU), associazione nella quale venne inserito nel consiglio esecutivo.

Luigi Antonini imparò presto il valore della battaglia per mezzo della stampa e nel 1916 fondò il settimanale "L’Operaia", foglio con il quale fece crescere la coscienza sociale di tante lavoratrici e grazie al quale riuscì a trasformare l’associazione in un vero e proprio sindacato, cui diede il nome di Local 89 (il numero 89 fu scelto non a caso in onore della Rivoluzione francese). Il Locale 89 attirò ben 25000 membri e rappresentò la sezione più importante dell’ILGWU, che contava in tutto 450000 donne lavoratrici nel settore tessile. Antonini fu nominato, all’età di 30 anni, vicepresidente dello stesso ILGWU, che con lui assurse a uno dei più importanti sindacati americani.

Negli stessi anni il sindacalista avellinese fondò l’American Labor Party e la locale sezione del Liberal Party dandogli una chiara matrice anti-comunista. Intuitivo e pronto a cogliere le novità, il fondatore dell’ALP diede vita al programma radio "Voce della Locale 89" e utilizzò strategicamente anche la carta stampata: dopo aver fondato l’Operaia diede vita a "Giustizia" organo ufficiale del sindacato ILGWU.

Definito dagli studiosi "un intellettuale proletario romantico", il sindacalista irpino spese tutto se stesso per permettere ai lavoratori del settore tessili e in generale a tutti i lavoratori italiani di acquisire quei diritti sociali tante volte negati per la cupidigia e l’interesse di imprenditori privi di scrupoli. La Voce della Locale 89 divenne il pulpito dal quale Antonini attaccò anche il fascismo e si battè per la tolleranza razziale, e divenne la capostipite di una serie di trasmissioni indirizzate alla classe operaia. L’opposizione al fascismo, avvenuta durante i primi anni del movimento, non valse inizialmente al sindacalista la stima del mondo politico americano ma Antonini sostenne con tutto il suo potere l’elezione di Franklin D. Roosevelt e nel 1941, dopo l’attacco a Pearl Harbor fondò l’Italia-American Labor Council per dare sostegno concreto all’America durante gli anni difficili della guerra.

Nata subito dopo la dichiarazione di guerra di Mussolini agli Stati Uniti, la IALC aiutò anche gli italiani d’America a non subire totalmente l’emarginazione sociale a causa della belligeranza tra le due nazioni. Antonini riuscì a salvare almeno 600mila italo-americani dai campi di internamento e dall’allontanamento dal lavoro e dalle loro residenze. Lo stesso IALC finanziò i primi movimenti di resistenza anti fascisti e pagò le spese di numerosi rifugiati antifascisti, e il 31 gennaio del 1942 organizzò il "Freedom Rally" al Madison Square Garden, per dimostrare la lealtà degli italo-americani alla causa americana. In meno di un anno 300mila lavoratori immigrati aderirono al IALC.

Antifascista ma anche anticomunista, divenuto esponente di spicco della comunità, Antonini aiutò concretamente i suoi concittadini d’origine durante i difficilissimi anni del Secondo Dopoguerra. L’invio di medicine, di genere di conforto e di altro materiale utile gli guadagnò il rispetto di numerosi esponenti politici italiani e nel corso degli anni l’esponente del IALC entrò nelle grazie dei presidenti De Nicola, Einaudi, Gronchi nonché dei presidenti del Consiglio De Gasperi, Scelba, Segni.

Chiamato a perorare la causa italiana, Antonini partecipò alla Conferenza di Pace di Parigi battendosi per un trattamento equo nelle condizioni postbelliche. Antonini sposò anche la causa degli orfani di guerra e contribuì con il suo sostegno alla nascita e alla crescita del Roosevelt Institute, scuola per orfani voluta a Palermo dal presidente statunitense.

Attento alle problematiche politiche, e divenuto membro dell’Anglo-American Trade Union Committee, il sindacalista diede vita al "Four Freedom Award", insignendo dell’importante riconoscimento Roosevelt, Truman e il giudice di Corte Suprema Francis Biddle. Gli anni Cinquanta videro l’avellinese impegnato come delegato dell’American Federation of Labor (di cui era divenuto presidente) alla Conferenza di Milano del 1951 e rappresentante della delegazione italiana dei lavoratori in Israele. Nell’occasione lo stadio di Haifa prese il suo nome a imperitura memoria di un grande lottatore per i diritti dei lavoratori.

Insignito del titolo di Commendatore della Repubblica e di Grand’Ufficiale della Repubblica, Antonini si guadagnò anche una medaglia d’oro dalla città di Trieste, il titolo di Cavaliere Grand Ufficiale della Repubblica di San Marino e una medaglia d’oro dalla Regione Sicilia, oltre a ottenere la cittadinanza onoraria di Molinella. In occasione del suo ottantesimo compleanno, all’esponente di spicco del movimento dei lavoratori vennero date la chiavi della città di New York e la Seventh Avenue cambiò il suo nome in Luigi Antonini Avenue.

Anche l’ultimo atto della sua vita (morì il 30 dicembre 1968) divenne un grande momento di orgoglio per tutta la comunità italo-americana, divenuta "adulta ed emancipata" anche grazie alle lotte condotte dall’instancabile sindacalista irpino.